Ancora ERRO ERGO SUM - note a margine di Sandro Giovannini, su “Heliopolis”

Ancora ERRO ERGO SUM - note a margine di Sandro Giovannini, su “Heliopolis”

 

Passo passo sul fenomeno/logico
sintesi di  vita 
ed ormai poco praticato 
seriamente 
e  magari troppo e male 
quasi ogni giorno,  
‘batti e ribatti’, sui media 
che  vivo con sospetto, 
se rivela troppo
l’irriflesso.
Perché della dialettica 
- di quella buona -
gusto il sapore 
anche se dolce amaro
di cosa viva.

 Passo passo,  dall’Introduzione in poi:

- Pag. 5: “...Quello radicale, l’essenziale, l’ineludibile: perché tutto questo, anziché il nulla?” Mi stupì, un tempo, la frase di Wittgenstein, nel Tractatus, T.L.F.,6.44: “Ciò che è mistico non è come sia il mondo, ma il fatto che esso sia”. all’interno dell'idea che il valore di verità di una proposizione dipenda dai valori di verità delle sue parti costituenti. E noi sappiamo solo come sono, come ci appaiono, le parti costituenti.  ¿Ma chi sono veramente? E poi, chi sono “io”, il Papa, per ragionarci sopra? So solo che più si presumono ipotesi dai telescopi spaziali sugli esopianeti, più le concordanze per la nascita della vita si fanno esigenti ad escludendum, ma nello stesso nostro tempo aumentano le evidenze nei frammenti di asteroidi di componenti determinanti (DNA, RNA). Il Nulla, come lo recita, Renzaglia (poeta, lì con la maiuscola, a pag. 81), è quindi sempre “accanto” al Tutto, alla presenza, inconfutabile, alla nostra vita, consensualmente al fatto che l’errore sembra non apparire esclusività umana. Il Tutto troverebbe la sua strada, in tale ipotesi (sempre di proiezioni investigative trattiamo) con molta difformità di scenari, molto lavoro su tempi fuori da ogni nostra sicura durata, con immane scarto.  Nella vita terrestre, sembrerebbe ripetersi il paradigma (e, dato lo scarto riciclato e tutto il sommato e detratto) forse più il riuscito del fallito, almeno prima dell’uomo per alcune dimensioni, dopo l’uomo, sempre forse,  per altre.   

- Pag. 8: “...l’ipotesi dell’eterno ritorno, qui spinta oltre il suo punto di massima approssimazione del divenire all’essere, fino alla loro coincidenza nel tempo...”, ottima ipotesi con passaggi a livello, che complicano la sfericità o curvatura, insicuri del dovunque e comunque, senza romperne la ragione complessiva. Quante accelerazioni lineari al suo interno e, contemporaneamente, quanta impermanente (anicca) ma incontenibile espansione dell’assimilabile. Come se fosse vero che Parmenide ed Eraclito si facciano (inquietamente - per noi - e nascostamente) cenni d’intesa. Non sarebbero in tal senso indagini del tutto “...refrattarie a ipotesi metafisiche”. E quindi la sorpresa sarebbe positiva oltre il letteralismo delle esagerazioni logocentriche. E non credo, qui, solo per intelligenza della limitante omissività

- Pag. 13: “...E considerare sacrilego dare l’uno e proibire l’altro”. ¿Far vivere il meraviglioso giardino della conoscenza che non si può conoscere e farlo sotto minaccia? Sono convinto che è sacrilego dare/negare sia la nascita perfetta sia la conoscenza perfetta (l’uno e l’altro o l’uno per l’altro). Un Dio geloso e negativo, che davvero esiste ma solo nella storia, si potrebbe leggere come proiezione, ombra e terrore disturbati, del vivente. Cosa, penso, diversa è dire che la conoscenza, non data da questo Dio geloso esclusivista e negativo, ma solo nostra,  è garanzia di niente, ma strumento di tutto.. 

- Pag. 14: “...E l’imputato va riammesso nell’Eden. Sempreché ci voglia tornare, visto come è stato trattato l’ultima volta dal Capo Giardiniere.” Tale “processo” kafkiano (appunto l’Accusatore, δια βάλλω, il totalmente altro che diviene ormai inevitabilmente il Nemico,)  giustificherebbe la sindrome omicida di troppi. Perdurante.

- Pag. 16: “...l’ingresso nella miseria dell’anima è assicurato...”, più immediato sempre applicarlo all’individuo; dovrebbe essere così anche per i di più, ma sarebbe bandolo più difficile da srotolare... ecco perché, già solo per questo, “L’errore commesso da uno solo (la società) non lo perdona quasi mai”. 

- Pag.19: “...presente.  Dei tre è quello che scorre”. Infatti quando ho composto l’Infolio allegato al ‘Libro manifesto della Nuova Oggettività’, il Presente l’ho risolto nel filosofico/Bianco=Andrea Emo, mentre il Passato con il  sangue/Rosso=Antonio Locatelli ed il Futuro in speranza/Verde= Pippa Bacca.  Ma sappiamo bene che il Bianco, è la sintesi additiva di tutti i colori, impossibili da tener presente assieme nell’unità di tempo. Tale unità costantemente ci sfugge e sempre la inseguiamo, anche se facciamo di questa attenzione lavoro ricorrente. Fortunatamente, “...- anche se ci sfugge - contiene tutto il tempo...”.  Il tempo, se privato del proprio fattore di singolarità (e mi viene da pensare che il fattore di singolarità sia eminentemente il presente), diviene ancora più duro per le implicazioni impossibilitanti sull’umana natura (di sempre). Ad esempio, i supponibili viaggi nello spazio-tempo sono disarticolanti per l’uomo (di ora).  Il presente scorre senza tregua anche in attesa delle nuove ipotesi scientifiche e/ma le discipline di promozione spirituale ne hanno sempre avvertito la centralità con precisione sorprendente.  

- Pag. 22:  “...Chi si adatta è perduto, anche se sopravvive. Chi va oltre la semplice lotta per sopravvivere e dà la sua forma al mondo è colui che non si adatta.” Mi ricordo che da più di trent’anni fa, quando scrivevamo per il Vertex-Poesia, evocavamo “marginali-differenziati”,  “nuovi tiratisi fuori” e “meta-dilettanti”, da una parte riconoscendoci onestamente in condizioni bloccate di contesto a cui ci opponevamo fieramente e dall’altra in potenzialità personali creative ben praticabili che non concedevano nulla al Mostro dell’Apparato, ancor oggi compiutamente definibile come Forma-Capitale.  Prima tramite lo stile del controllo tra norma e scarto e poi dalla consapevolezza di una personalità molteplice tra vocazioni mitopoietiche e posture critiche. C’è chi ancora si definisce radicale e problematico, non per vezzo snobistico, ma perché crede che questa sia una delle poche vie giuste.  Abbiamo appreso bene, da quell’interminabile dopoguerra che si trasfonde ora - senza cambi di paradigma se non illusori -  nel nuovo probabile avant-guerre, quanto sia arduo rimanere integri. Ma produttivi del meglio possibile. 

- Pag. 26: “...Solo la poesia sfida l’impossibile...”,  se si incarna in una pratica che riguardi tutto l’essere, ovvero l’essenza e la personalità, potendo mettere in seconda battuta ogni altra, pur influente, condizionalità.  In tal senso allude per intuizione ed ha un minimo di potere. Nella singolarità dell’intuizione si può persino dare “una certa idea dell’idea”, come dice Donà,  ma solo come posizione che guardi, originariamente, al “poetico” e al “fantastico”, a quello che sente il sotto il dietro il sopra e il dentro, prima ancora della concettualizzazione, che fa necessariamente analisi logica. Anch’io presumo non sia pura, forse per niente, essendo fatta di sottilità, vagula  blandula, erranti  e  carezzevoli, tendenzialmente svanenti, ma non sempre.

- Pag. 27: “...Quando non è la morte dell’anima (perdita percettiva di affettività e sentimento) a precedere quella fisica: un caso neanche tanto raro...”.  Direi diffusissimo e drammaticamente (anche se comprensibilmente) eluso. Ma so, per esperienza diretta, esistano forme di sopravvivenza, diversamente determinabili post-mortem e quindi non condivido il materialismo se fa automaticamente cessare, in tutti i casi, una possibile molteplice sopravvivenza alla morte del supporto intimo, comes, del corpo fisico. So che questo non è, ovviamente, probante per altri, affermandolo unicamente per onestà personale. E’ solo rilevamento di una soglia che, pur non risolvendo alcunché di totalitariamente comprensivo al riguardo per me, è comunque un discrimine rilevante. 

- Pag. 31: “...Non sappiamo nulla di Dio, probabilmente perché non c’è nulla da sapere”. Un mio carissimo amico, fine teologo, Frate dei Servi di Maria e per lungo tempo anche eremita, consentaneo  di Vannucci e Turoldo (peraltro diversissimi), mi disse un giorno, sorridendo, “...meno si parla di Dio e meglio è”. Penso sia regola aurea, ma sono costantemente  curioso proprio di leggere di spiritualità e potrei forse pure avanzare qualche seppur malandata ipotesi, ma poi mi ricordo dell’amico. Quindi non c’è nulla da sapere, anche perché le più grandi anime di ogni tempo e spazio, poste di fronte all’indicibile, si sono duramente confrontate - senz’alcun esito dimostrabile all’umana ragione - con la Divinità e col Nulla. In più questa mia prudenza è, in realtà, poco furba (al Sistema) ed ancor più incidente, anche se non certo per gli altri, escludendo un’eventuale curiosità pura e dura, avendo detto ciò che ho detto sopra sulla “sopravvivenza dell’anima”.  Pertanto ammiro la consequenzialità del coerente processo logico interno di Renzaglia al proposito, ma determinato da diverse evidenze/premesse. Per ciò che dicevo sopra, (“...non risolvendo alcunché di totalitariamente comprensivo al riguardo per me”), ma solo inclinando, tali diverse evidenze/premesse, divaricano forse più in parte  che  in tutto.  Comunque si rischia sempre di cadere, parlando di questo, in profonde voragini verbali. Presumendo ma non troppo (contraddizione in termini e cortocircuito logocentrico), la poesia  può essere costitutiva e rafforzante, per quel suo potere intuitivo ed allusivo, spostando più in là i nostri poteri percettivi, ma è in opera sempre l’oggettiva influenza mistificante, conscia od inconscia che sia. Al punto 31, presumendo ma non troppo, ho poi fatto qui il contrario della mia premessa. 

- Pag. 37: “...E’ lì che ride in faccia alla verità”. E farebbe male a fare questo, anche se... quid est veritas?. L’errore è parte costitutiva del nostro essere perché se sappiamo poco dove sta la verità come facciamo a non fare errori? L’errore artistico, che si mutua da quello di tutti, può poi divenire persino un vezzo od un tratto snobistico ma è invece una dura realtà. Negativa, del procedere verso il positivo, che per l’artista è una cosa molto concreta, non solo teorica, anzi teorica come finale copertura, perché vorrebbe evitarlo ma non ci riesce proprio. Quando ho le mani nel cemento anche la testa è lì dentro e ci parla col cemento col legno e con tutto il resto. E loro ti impongono le loro regole che non sono le tue, noi che viviamo nel dubbio forzato dalla teoria com’è forzata la vita che vuole imporsi all’arte senza che la vita poco sappia di se stessa e dell’arte. E viceversa.  L’errore è quello che ti costringe a fare più volte per fare meglio. Speri... una rincorsa senza fine che illude di poter costruire tutto, quando è già tanto se sai sopravvivere integro. Se costruire la verità si rivela un procedere per errori (senza alcuna certa redenzione), allora costruiamo ben poco, ma siamo perlopiù costruiti. Ecco il contraltare della teoria. Pilato è preoccupato, vigile, non ride, sa che di fronte ha l’inassimilabile, cerca davvero di salvare capra e cavoli come nell’apologo immemoriale e la verità per lui sarebbe un incomunicabile, al meglio. Al peggio una pura perdita di concretezza.  E se anche fosse vera la verità e non solo incomunicabile nell’essenza se pur comunicabilissima nel pathos, tanto è vero che ne è indubbiamente toccato (pietas, gravitas), lui sceglierebbe la totale concretezza di Roma. Insomma il contrario di ciò che dice Dostoevskij “...io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità”.  Ma nel Sinedrio c’è sempre, pervicacemente, chi sa cosa vuole. A tal punto la risoluzione di Agostino (e tutti i grandi dottori dopo) è raffinata retorica. Cambia l’ordine delle parole, anagrammando il latino delle vulgata e viene fuori (magicamente) la coincidenza di ciò che vuole (...di ciò che vuoi), senza perdita di alcuna concretezza (anzi): “est vir qui adest”. Di fronte. Sintetizza nella persona ciò che non è sintetizzabile nella teoria. Come forse possiamo persino fare noi, nella fase terminale di un mondo. 

- Pag. 45: “Il piacere di Dio lo conosce solo chi prima ha creato una divinità astratta nella sua mente, poi l’ha oggettivata fuori di sé e infine, grazie alla fede che si è dato, gode del penetrante ritorno di Dio in me...”.  Se però togli il dio persona e pensi a qualsivoglia forma di ente ordinatore cosmico, il processo non produce alcun tipo di onanismo, per difetto d’identificazione, d’incarnazione, di prossimità. Ancora, nella Natura Naturans c’è prossimità e possibile identificazione ma l’incarnazione non privilegia l’uomo in esclusiva.

- Pag. 48: “C’è un eros che non cerca corpi: cerca nessi..”. e “...l’errore accende altra ricerca.” Condivido in pieno sulla base della mia esperienza vitale. Se si cercano i nessi gli errori sono superabili nel futuro, storicizzandosi per il passato.  E’  detto bene, nessi... nei nessi ci sono implicite le connessioni. 

- Pag. 50: “Si finisce spesso per credere di amare qualcuno o qualcosa solo perché non si vuole ammettere di non provare amore per niente e nessuno.” Qui, si coglie una verità basale, direi di vero fondo vitale, e senza egoismo e aridità di cuore, ma forse solo (rara avis) per aver avuto contezza presto, almeno a livello intuitivo, di vacuità e  destino, che sono due forze estranee a noi, credute spesso ostili, ma a cui possiamo affiliarci. Si può divenire persino benefattori generosissimi di uno o più, dentro questo paradigma, che attiene quindi ad una lucidità di introspezione somma, sino ai limiti percorribili, ove il pathos resta, ma è in pathos del grande gioco e non della piccola acquisizione, o dell’arraffare compulsivo, come recita de Montherlant.  

- Pag. 50: “Si ama la patria?. No, si ama il luogo in cui le proprie piccine miserie personali si sciolgono nel brodo collettivo di immensi sogni di gloria o di martirio...”. Hai ragione...spesso provo una del tutto immotivata, estrema, estrema tenerezza per il vivente (che sono io e coloro che mi stanno accanto), ma non tiene (all’amore) alla gloria o al martirio ma alla compassione per la miseria ontologica di tutta la nostra complessione.  Ho la stessa sollecitudine istintiva, naturale, che proverebbero in molti per un bellissimo cucciolo di uomo o di altro animale, a volte persino le belve. Potenzialità fragilissime, ma pleromatiche.Riconosco ch’è strano. Persino risibile dirlo senza apparire Candide in sedicesimo. Anche perché questa tenerezza, ultimo prodotto residuo dopo la delusione e la rabbia ormai consumate ed irredimibili da catastrofe del sensibile e da miseria simbolica, ci fa riconoscere le eterne macerie (che non sono le rovine).  Quelle che nella gamma eterna del fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi, produciamo con le bombe e ripuliamo con i caterpillar. Così, mentre ho pietà di me stesso e d’altrui, intuisco vagamente che ci potrebbe essere anche del buono vero, in me, o forse solo un riconoscimento di maggiore complessione femminile nutrita però dalla visione che non ha geneticamente la donna, quella della vacuità che ci avvolge tutti, come un liquido amniotico. La Patria è o potrebbe essere questo possibile abbraccio a due sensi, ove mi sciolgo finalmente senza pensarci, questo abbandono totale ad un sangue ed ad un orgoglio che m’appartengono dignitosamente e senza trombonate varie, per via di levare, perché sono preziosissimi discalculia, al cui fondo restano inutili doni, secchi e tragici ma sempre rammemoranti viatici.  ¿Chi altro potrebbe darmi quest’impalpabile abbraccio? 

- Pag. 58: “...Per esortare le masse alla guerra, i reali motivi del conflitto, che sono sempre di natura economica, devono essere rivestiti di suggestioni nobilitate con il nome di ideali...”. Credo sia una semplificazione necessitata da una visione sproporzionalmente materialistica della vita. Sono sempre esistiti, esistono ed entro certe coordinate  esisteranno sempre, veri idealisti, anche se in misura comprensibilmente minoritaria, per i quali le dimensioni non strettamente materiali  (qualsiasi siano: astratte, filosofiche, religiose, di struttura animica, caratteriali, di identità simbolica ovvero di riconoscimento archetipale,  di imprinting etico), sono consapevolmente primarie. Vedi il caso estremo e sorprendente, più o meno nobile o più o meno aberrante, della famiglia di Marx. 

- Pag. 58: “...la stupidità di un popolo si misura sul suo grado di cedimento alle suggestioni”. Il grado di cedimento alle suggestioni sicuramente rivela la stupidità di un popolo, ma  può rivelare anche la sua particolare, direi geniale, genetica e radicalmente strutturata (storicamente) capacità di sentire di meno, di più e/o meglio di altri alcune dimensioni sottili e non sempre facilmente quantificabili e rivela contestualmente anche l’abilità (anagògica o catagogica) delle diverse classi dirigenti di quello stesso popolo, ovvero d’indirizzarlo nel bene o nel male, nella procedibilità identitaria o nella costruzione artificiosa, nella validazione relativa o nella falsificazione assoluta, nella protervia o nell’umiliazione, nella giusta consapevolezza delle proprie qualità o nella boria della supervalutazione irresponsabile, nell’elevazione culturale o nell’involgarimento, nella dignità o nello squallore, nella bellezza o nella bruttezza. Credo che, a minare ed a rendere sempre più difficilmente giustificabili (e spesso persino comprensibili) i “naturali” parallelismi tra popoli e relative classi dirigenti, sia determinante l’utopistica divaricazione globalista e che il concetto dello “stato mondiale” viri - nel necessarismo del peggio - verso la guerra di tutti contro tutti e/o nuove forme di domini totalitari. Per noi, la nazione europea, se fosse operata in termini anagògici, sarebbe una soluzione di ancoraggio per salvare almeno qualcosa della nostra grande tradizione umanistica. Suggestione,anch’essa. 

- Pag. 60: “...L’uomo dell’Io non scordo...”.  Avendo avuto un Padre, autentico eroe di guerra, che però non portava addosso prevedibili protomi caratteristiche in parte negative di quel tempo, necessarie o scontate evidentemente in altre complessioni spirituali/caratteriali, ho avuto l’imprinting, nella mia azione complessiva, più a fattori primari che alle pur legittime e spesso persino doverose ritualizzazioni dei medesimi.  Non è un sostanzialismo di facciata, considerando la ritualità (seriamente intesa e vissuta) una dimensione accrescente (liturgica) della vita. Comunque è stato e potrebbe sempre essere divaricante (prima, durante e dopo) arroccarsi solo o prevalentemente sulle circostanze perifenomeniche e magari, per deriva entropica, dimenticare le causanti primarie e di lungo periodo oltreché di ben diversa sostanza, della più profonda esperienza storica-  

Pag. 65: “...sessantaquattro caselle di silenzio attivo, nessuna frenesia fisica, solo velocità di sinapsi. Senz’altro senso al di fuori del gioco.” Perfetta descrizione di una prassi d’astrazione controllata (interna, ma in questo caso anche esterna) che però potrebbe applicarsi ad ogni tipo di silenzio costruttivo.  Dal mio libro su Borges ed in particolare dal capitolo “Il rapporto con il gioco/sogno” (pag. 19 con nota 25 del cap., pag.40) traggo questo ricordo:  «...Confrontiamo un esempio di schema di relazione transazionale ed un esempio di risposta (tipica) di Borges, sulla sua opera:                  

A) “Una transazione ulteriore duplice coinvolge  quattro stati dell’io, e l’esempio tipico sono i giochi del flirt. Cowboy: “Venga a vedere le stalle”, Ragazza: “Adoro le stalle sin da quando ero bambina”.  Come si vede, a livello sociale questa è una conversazione tra adulti sulle stalle, mentre a livello psicologico è una conversazione di bambini che ha per tema il gioco sessuale. In superficie, sembra che l’iniziativa sia dell’adulto, ma come nella maggior parte dei giochi l’esito è determinato dal bambino, e i giocatori sono i primi ad esserne sorpresi.” (Eric Berne, A che gioco giochiamo, Tascabili Bompiani, 1982, pag. 37)           

B) Borges esce con Marechal da una conferenza. Sulla porta Marechal gli dice: “Lo sai che non riesco a leggere niente di tuo senza provare fastidio?” e Borges risponde: “E’ lo stesso fastidio che provo io quando rileggo le mie cose... come se le avesse scritte un altro  e magari proprio tu, e credo capiti anche a te quando ti rileggi...”.» 

...Ora  questo mio ricordo serve a corroborare ciò che dice Renzaglia, perché nel gioco, (poi, nello specifico di Borges, in più), scatta quella particolare complicazione, dovuta ad una struttura esistenziale complessa, ove, si aggiungono specifiche di esperienza fisiologica ben particolare ad un geniale potenziale dell’immaginario: «...E nello stesso tempo del gioco vi è la finalizzazione, chi vince e chi perde (e se giocano male tutti e due, vincono o perdono, ma perlopiù perdono...), ovvero nella narrazione è inerente l’agonismo originario determinato dal fatto che le forze, anche quando si presentano allo stesso livello della scacchiera, formalmente su un piano di parità, (che però poi corrisponde, più sottilmente e profondamente alla vera parità dell’insignificanza e della ripetizione, dell’illusione e della sparizione... vacuità e destino...), sono sempre asimmetriche (con i propri valori, personalità...). Perché ognuno ha in sé ed ancor più ricerca (in modo patetico od, al meglio, stoico) un senso proprio, magari suggerito da un evento decisivo, dell’origine o dell’incontro risolutivo, che nel racconto borgesiano trova sempre un punto focale. Ed anche perché tutti i tempi, oltre ad essere confutati e quindi messi sullo stesso livello di rispondenza esistenziale, sono incatenati fra loro in un sistema che si può solo avvicinare con il metodo dell’enumerazione diligente e della comparazione perplessa. In questo stesso sogno/gioco Borges è però anti ideologico, perché se da una parte è vero che le partite vitali procedono tutte verso un indiscutibile clinamen (tutte le sue storie hanno un esito destinale seppur multiforme), dall’altro, sottostante o soprastante, domina l’interscambiabilità della risposta di senso. Questo scambio implica che sogno e letteratura, sogno e gioco, gioco e letteratura, ovvero il fondo inesauribile ove  “...l’immaginario ed il reale, sono riflessi e duplicazione dell’arte”, è antico quanto nuovo. (...)  Il gioco, pur partendo sicuramente da fattori comuni di necessità, popolari nel miglior grado, basali ancor più ma persino banali (che allora però c’infestano in forme volgarmente ripetitive e sostanzialmente sordomute alla provocazione intellettuale e civile), diviene una sostanziale irriverenza sacrale ove la totalità che sta sempre sullo sfondo (altrimenti trasgressione controllata e piacere presunto sarebbero inefficaci) rivela, se spinta alle sue massime conseguenze, una dinamica di comune pulsione, ma che può divenire elitaria.  E’, più o meno inestricabilmente, la generazione del piacere legata alla pulsione intenzionale ed al principio di seduzione, di cui parlano Freud, Fisher e tanti altri con loro. Ed indipendentemente dalle dichiarazioni, s’arriva a quell’orientamento elitario, sovente persino se si sia voluto o si volesse ancora farne a meno, addirittura ponendosi in posizione di dichiarato contrasto assoluto. (...)  Nel gioco c’è il ricordo e l’invenzione con previsione e/o sorpresa, c’è la tensione alternativa tra ordinarietà e straordinarietà, c’è il calcolo innervato dal rischio, c’è l’orgoglio di un procedere autonomo e non assistito da padrinerie o potentati esterni (almeno in quello pulito) e l’ammonimento continuo di un ingranaggio decodificabile ma non modificabile, ove la relatività assoluta del “a parte” e quindi l’entusiasmo “a termine”, sono per noi sempre un richiamo all’altro (all’altra vita, all’altro mondo, all’altra persona) che non può apparire (in quanto dato per scontato) nel gioco stesso (ovvero la regola). Ogni volta che gioia e tensione creano l’enigma, in ciò si determina una discrasia tra ciò che viene inteso, ad esempio, da Huizinga e Caillois, proprio riguardo al mistero.  Se però si escludesse il mistero (nel caso di Borges, anche o forse soprattutto, il fantastico) in funzione di una sua “non presa sul serio” non si comprenderebbe più gran parte della letteratura contemporanea (e non solo), ove s’impone comunque la caduta verticale della possibilità (improponibilità sociale) di parlare del mistero (e del fantastico) in un modo apocalittico, come nelle rappresentazioni (letterarie e figurative) medioevali. Scalando nel modo: cupo, profondo, grave, serio. Improponibilità che si è consumata, come dice Caillois, progressivamente e poi definitivamente nell’arco del XIX e XX secolo, anche attraverso il Gotico e il Noir. La Fantasy ne è stata catturata perlopiù in toto (per opposizione al cosiddetto principio di realtà) e quindi non fa testo al proposito ed invece ne è rimasta fuori, almeno in parte, la Fantascienza, per la sua potenzialità (usata anche dai più grandi del genere) di fuga per la tangente multidimensionale e metafisica. Al proposito poi converrebbe notare quanto Borges abbia saputo sfiorare tutti questi universi espressivi senza mai riconoscersi (alla fine) in uno solo di essi in modo prevalente. Infatti anche la sua propensione per il racconto fantastico è una tensione verso un genere che in realtà non esiste diffusamente come lui (o anche Bioy) lo hanno veramente vissuto.(...) In tal senso il gioco sfruttato non è più passione libera e su questa distanza, comprensibile (se si è onesti) e forse ben giustificabile, si sono registrate molte derive definitive, nella storia letteraria. Nel segno pulito, saremmo nel regno puro del gioco, che semplicemente potremmo definire, se appunto gratuito, mai però innocente, il gioco letterario, perché qui potenzialmente s’affronta al massimo grado la compatibilità del turbamento ed a volte persino del parossismo, della mania, della maschera, dell’assurdo, della vacuità. Nella piccola o grande estasi conseguente ed, in apparenza antagonista all’agon ed all’alea, appare sottostante il volto vero, come regola/limite (e fine) del tutto. E poi, dobbiamo ancora riflettere sul cambiamento, intervenuto per modificazione della società. In qualsiasi gioco anche popolarissimo, fino a qualche decennio fa, prevaleva comunque, abilità, cognizione, riflessione, intesa, infingimento, strategia, tensione, sforzo, ostinazione, resistenza, a seconda dei connotati d’ogni specifico gioco e degli infiniti relativi scenari. E’ vero che i meccanismi della deresponsabilizzazione e quelli della ripetitività, hanno potuto comporre per molti secoli crudeltà e sadismo organizzati inscindibilmente alla spettacolarizzazione, ma per altrettanti secoli questa funzione è stata proporzionalmente sempre più interdetta. La ritroviamo, imperante ed orrida, nelle crisi di sistema. La riconosciamo ora, ancora mutata di pelle, quando rileviamo il prodursi, in moltiplicazione parossistica, forse in una tipologia di nuova sudditanza masochistica più che sadica, i giochi di pura passività, ad esempio nelle lotterie, in molti giochi a concorso e nelle macchine mangiasoldi. In quella direzione c’è poco o nulla che si possa recuperare. Perché ci allontaniamo definitivamente dalla creatività e dalla vertigine superiori, che sono invece massime nell’invenzione del pensiero e dell’emotività creativa. C’è solo una compulsione patologica. Al contrario s’insedia, proprio in una dinamica verso l’alto, il metodo dell’invenzione letteraria, che ha come crisma la gratuità (il limite dell’utile), ma che, giocando con il gioco od il sogno del gioco od il gioco del sogno, è sempre ambigua e contraddittoria, può essere anche strumento di conservazione, può divenire discorsiva nell’acquetarsi per rilassamento e diversiva delle energie ribelli, e quindi anche praticamente reazionaria. Il riso, il gioco, il sogno e l’invenzione, fanno anche questo. (...) . Ma è da questo universo parallelo che sovente crediamo di scorgere l’inganno della persona, il gioco degli automatismi, la gratuità di molte sensazioni e il raggiro sostanziale della vita di veglia, che doppia proporzionalmente la velatura/svelatura del sonno e quindi manifesta la vacuità, e nello stesso tempo il destino, innegabile comunque (perlopiù) a posteriori, a cui ci condanna il fatto che la nostra vita procede imperterrita (nonostante tutto) fino alla morte. Molte scelte suicidiarie potrebbero anche comprendersi come un voler porre freno a questa espropriazione, beffando, a dritto od a rovescio, il clinamen prestabilito...»

- Pag. 68: “...Da allora la protezione diventa mestiere e il mestiere monopolio.” Fatto inconfutabile, per progressione inarrestabile. Una nota ulteriormente disillusoria per qualsivoglia rivisitazione buoselvaggista vienedal non poter interpretare neanche il passato più ancestrale come sistema ove la repressione come espressione del potere non fosse il problema ineliminabile ed inaggirabile delle differenze, sia nelle società di classe sia nelle società senza classi.  L’ho dedotto dall’esame che feci in tutti i libri da me letti di Augé, nato antropologo e finito filosofo, essendo per lui il potere, ben anteriore alla comparsa delle classi. Detto da un antropologo, con esperienza per decenni sul campo, vale molto di più che affermato da un filosofo. A suo dire le differenze innervano ogni società, qualsiasi sia la sua ideologia, in quanto “l’ideologia è sempre ideologia del potere in qualsiasi tipo di società... (...) ...tutte le società sono repressive ed impongono allo stesso tempo un ordine individuale e un ordine sociale”.   In pagine memorabili, Augé dice che alla storia si chiede sempre un senso, ma questa richiesta di senso è ben prima e ben di più del senso stesso che si vuol dare alla storia essendo il potere che controlla l’accesso al senso e questo accesso al senso si muove tra cooptazione ed esclusione in una dialettica di apparati simbolici, ove comunque viene privilegiata la narrazione di un passato eminente. La “storia” diviene quindi centrale per la narrazione del potere, in quanto senza un senso della storia non si potrebbe attribuire un senso complessivo all’esistente stesso oltre che al potere. Sarà ancora un altro potere (un contropotere, un controsenso) semmai, a determinarne una restaurazione od una possibile fuoriuscita, tramite rivolte e rivoluzioni. Questo potere è connaturato alla cooptazione ed all’esclusione e quindi alla repressione proprio perché struttura il senso e la storia. E la “storia” “...forse non è se non la storia della creazione del senso e delle sue costrizioni...” (...) “Non si può riscrivere la storia ma la si può reinterpretare...” (...) “L’attitudine politica o filosofica che consiste nel riprendere in considerazione, facendosene carico, gli elementi passati, nel ripensare la storia, non è dunque totalmente arbitraria, anche quando mitizza od inventa questa storia, perché con la sua sola esistenza essa le attribuisce una possibilità supplementare... (...) ...va da sé, tuttavia, che la storia non potrebbe interamente dipendere dall’attualità e che esiste un confine tra le metamorfosi storiche di un’istituzione, le quali rivelano progressivamente la sua complessità e le sue potenzialità, e le ricostruzioni arbitrarie che modellano il passato sulle esigenze del presente. In ogni caso, l’esigenza del senso passa attraverso un pensiero del passato”. Quindi capacità sottile d’immettere nel dibattito storiografico questa potenzialità, che non deve divenire deviazione o falsificazione, proprio nel momento in cui diviene convintamene revisione. Ovviamente, come s’intende subito, bisogna ben stabilire il confine fra “riscrittura del passato” che è condizionata dai miti transeunti, dalle mode ideologiche o dalle compressioni geostrategiche ma che, come riportavamo sopra, in parte è legittimata da una comprensibile difficoltà - se non impossibilità - di leggere il passato se non con le categorie imperanti del presente, e le vere e proprie consapevoli falsificazioni alla Zdanov od alla Orwell, che storicamente sono esistite, continuano ferocemente ad esistere e che esisteranno ancora e che tutti possiamo agevolmente constatare. Ove per di più la validazione delle mitizzazioni o delle rappresentazioni è scelta in base a fattori del tutto opportunistici. La “riscrittura del passato” risulta quindi, oggettivamente, di ardua definizione ed una sua chiara delimitazione comporterebbe comunque qualità quasi sovrumane di onestà intellettuale, capacità documentativa e discernimento spirituale. Anche perché per sostenere nobilmente ma assieme efficacemente la sublime inutilità della paidetica, si può accettabilmente credere come Augé che “La follia della storia è una follia ripetitiva. Gli orrori si ripetono. I progressi della tecnologia non fanno che amplificarne gli effetti”.  Tutto ciò ci serve, anche,  per mettere meglio a punto e per rendere più intensa, intellettualmente e non solo visceralmente, ogni riflessione seria su possibili “stati etici” e “stati narcotici”, del passato, del presente e del futuro. 

- Pag.74: “...Tradire... tradizione ...conosci te stesso”... ”Chi tradisce l’altro... ”Bisogna fare in modo che la fedeltà non diventi una galera.”.  In linea generale la nostra scelta di essere per certi versi “urfuturisti” e per altri seguaci del “pensiero di tradizione”, duplice e dialettica dimensione che richiederebbe, ovviamente non un solo accenno qui necessitato, rivela un tentativo vitale di bilanciamento non facile, ma per noi necessario. Sul“conosci te stesso”, trovo ottimo il richiamo (o rilettura critica) di Hillman (anche lui nato psicologo e finito filosofo) a contemperare la ricerca interiore con quella esteriore, sempre partendo dal presupposto simbolico e archetipale e nella convinzione junghiana, sottolineata con accenti penetranti, che l’anima, nel mondo che noi abitiamo, non sia solo dentro ma anche fuori.  Indipendentemente da distanze di contesto complessivo trovo che almeno su questi due punti, direzione  e compresenza del cuneo investigativo e distanza dalla letteralizzazione, la sua lezione sia altamente nobilitante.    “...Per chi tradisce l’altro...” racconterò un fatto avvenutomi tempo fa, mai descritto prima. Ad un caro amico, da me ben conosciuto come pittore colto e di talento, senza avvertirlo per fargli una sorpresa che potevo facilmente supporre gradita, organizzai una testimonianza collettanea di altri valenti studiosi miei amici in suo favore, tramite un libro a lui soltanto e specificatamente dedicato sul suo lavoro artistico. Compiuto quasi tutto il lavoro preparatorio, che può comprendersi come ben complesso per il numero e la qualità delle testimonianze, gli comunicai per mail il sostanziale raggiunto obiettivo, per eventuali aggiustamenti di miglioria grafico/editoriale onde coinvolgerlo nelle ultime battute del lavoro. Mi rispose con una lettera a mano che mi sconvolse, nel tenore e nella sostanza, dicendomi che realizzando il libro gli avrei dato “una pugnalata nella schiena” e che la pittura per lui era “del tutto secondaria e strumentale” rispetto alla scrittura, sua autentica passione, anche se poco conosciuta ed ancor meno riconosciuta, e che nessuno “...può ardire e soprattutto può riuscire a cambiare la vita ad altri seppur per buona disposizione e con lodevoli intenti”.  Incassato il colpo, m’affrettai a scusarmi con i valenti amici coinvolti e dissi a lui che avevo compreso le sue ragioni, anche se in realtà non le avevo condivise per nulla. Questo fatto, stranamente ma forse non tanto, accrebbe la mia ammirazione nei suoi confronti e di conseguenza anche l’amicizia, anche se ebbi, da alcuni degli amici messi necessariamente al corrente del fallimento, un giudizio riservatamente e comprensibilmente duro. Ci ho messo del tempo, pur essendo convinto di compiere sempre un “lavoro su di mé”, ad accettare intimamente la validità delle sue ragioni, ma infine sono arrivato a comprendere proprio che “...l’inganno per l’uno, può essere un atto di verità per sé”.  Rivelatorio, addirittura nei due sensi.  In tal caso la reciproca fedeltà, è davvero fuori dalle sbarre.  

- Pag. 77: “...L’uomo è un essere-per-la-morte.” L’Incontro Internazionale "Omaggio a Heidegger", organizzato da Vittorio Vettori (caro Maestro), svoltosi a Pisa il 14 e il 16 maggio 1977 nel Palazzo dei Cavalieri, primo anniversario dalla morte del filosofo tedesco, mi vide inaspettatamente unico giovane relatore, probabilmente solo per ricambiare l’ospitalità da me offerta a Vettori ed a molti altri nostri intellettuali, poco prima, in occasione dei 5 giorni pesaresi di Borges all’Heliopolis, con relativo “Premio Labirinto d’Argento”. Tra gli altri relatori pisani  Jünger, Eliade, Gianfranceschi, Vettori, con pubblicazione degli atti purtroppo molto tardiva sulla rivista vettoriana “Revisione”, negli anni ’80.  Jünger, nel dopo convegno di Pisa, non so se per gentilezza o verità, mi disse che il mio rovesciamento “la morte per l’essere” della nota formula heideggeriana, al centro logico del mio intervento, lo aveva colpito favorevolmente. La mia relazione (fuori degli atti) la pubblicai poi, non so neanche per quale ragione, non nel mio primo libro di Saggi letterari e metapolitici, “L’armonioso fine, SEB Milano, 2005, ma solo nel secondo libro di saggi “...come vacuità e destino”, edito da NovAntico, Pinerolo, 2013, primo nella lista dei saggi in quel sommario. Sanando un vuoto alquanto incomprensibile se non nell’ottica, per me stesso insondabile, di qualcosa che mi apparisse eccessivamente concettuale. Cosa che, non mi sembra a rileggerlo ora. Ma, al di là dell’intuito che più o meno balenò allora per me, l’inversione della nota formula, si potrebbe reputare, ancor più ora in tempi di clinamen, un buon viatico. 

- Pag. 81: “...Gode di Tutto / sapendo c’hé Nulla.”   Fides, Pietas, Majestas, Virtus, Gravitas, le cinque qualità del vero antico romano, ovviamente non contemplano il Nulla, ontologicamente veramente inesistente per lui. Ma una volta applicate, più o meno forzatamente, su di sé, fanno proprio godere il tutto come fosse il nulla e viceversa.  ¿Dici ch’è una forzatura retorica? Un’iperbole è hyperballein, “lanciare oltre”, ma  detto su chi dell’utilità di lanciare oltre tutti gli altri se ne intendeva.  E poi, com’ho detto sopra mi piace quella maiuscola... merito del poeta.  

- Pag. 83: “La famiglia è la cellula criminale più diffusa nella storia dell’umanità.” ¿Ma perché, di cellule ce ne sono altre senza uomini e donne? Io vedo tutti i generi dell’uomo pericolosi per cervello sviluppatosi a predare e a costruire difese, sempre più offensive, dai consimili. 

- Pag. 84: “...Riempi la vita con il senso di vuoto e fissa nel vuoto che hai creato il sole del tuo nulla.”  Non è per voler andare d’accordo per forza... ma se metti qualche piccola maiuscola (ogni tanto, beninteso, forse sempre meno), alla fine ti accorgi che hai detto la stessa cosa. 

- Pag. 88: “...Ma se ti specchi nel mondo per scoprire chi sei, prima di trarre delle conclusioni affrettate, ricordati che l’immagine che vedi riflessa è invertita”. Narciso, in immagine, è invertito. Lo specchio deforma la tua idea di te ch’è un’idea dell’idea possibile di chi tu sia. Per questo in tutte le mie istallazioni metto uno o più specchi che hanno queste funzioni.  Due funzioni. La prima cattura la tua immagine per rimandartela (dentro l’opera, perché tu sei dentro l’opera che guardi e ti sta intorno) deformata anche se prevedibile, magari una tua nuca se poi v’è più di uno specchio od uno sguincio di foto od un barbaglio di te che non sai. Quindi inglobazione che è moltiplicazione rivelatoria di te. La seconda compiace il tuo narcisismo e ti fa trovare bene come a casa tua mentre invece sei a “casa di un altro”. Retorica dell’inglobazione, rivelatoria al contrario.  Ma,la migliore mia terza dimensione, l’ho creata col vetro/specchio, ma non al chiuso, non in camera d’interrogatorio con dietro il buio, ma all’aria aperta rivolta al sole che sorge e tramonta e, a ogni ora, cambia potenza e rifrazione. L’ho realizzata su un portale da giardino e ti dà quello che non ti potrà mai dare il vetro/specchio della camera carceraria o anche di una casa elegante o intrigante, al chiuso: la doppia immagine attraverso di te con quello che vedi dietro e davanti contemporaneamente. Un portento sottile a cavallo di due mondi, il tuo interno ed il tuo esterno. 

- Pag. 90: “...E se sapessimo così poco dell’io perché, in fondo in fondo, non c’è molto da sapere?”... Troppo o troppo poco corrispondono sempre al Nulla, perché ogni mistica, di ogni spazio e tempo, precipita nel vortice  dell’anima, “Grund der Seele”, ch’è il Nulla, da Eraclito (DK 22 B45) a Vannucci (Ordo Servorum Mariae), dove ogni percepibile scolora. Lì si che il chicchirichì  finisce, definitivamente.

-Sandro Giovannini



𝗦𝗰𝗵𝗲𝗱𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼
𝗧𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼:
 Cane sciolto. Il nero muove e perde
𝗔𝘂𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲: Miro Renzaglia
𝗘𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲:Passaggio al bosco
𝗔𝗻𝗻𝗼: 2021
𝗣𝗮𝗴.: 162
𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼: € 9,50
𝗔𝗰𝗾𝘂𝗶𝘀𝘁𝗮: QUI