LORENZO VIANI E L'ANARCO-FASCISMO - un libro di Luca Leonello Rimbotti

LORENZO VIANI E L'ANARCO-FASCISMO  - un libro di Luca Leonello Rimbotti

C’è una parola che qui lavora come chiave e come trappola: «anarco-fascismo». Chiave, perché obbliga a tenere insieme fili che la storiografia divulgativa separa con mano svelta; trappola, perché può diventare un’etichetta capace di divorare i dettagli che pretende di spiegare. Il libro si muove dentro questa ambivalenza e la usa per rimettere Lorenzo Viani in una zona di attrito: artista, militante, corpo politico, nome conteso.

L’introibo dice subito che il nodo è questo: Viani viene spesso raccontato come figura laterale, quasi in attrito col regime, e il libro vuole rovesciare quella posa con due mosse nette. Primo: mostra un caso preciso di fonte «ripulita». Nel 1975, in un libro-omaggio che ripubblica un brano di Viani sul Politeama di Viareggio, l’editore interviene in due punti: dove Viani scrive «Versilia rossa», nel volume diventa «Versilia deteriore»; e viene tagliata la frase in cui compariva l’espressione «prima spedizione punitiva fascista». Secondo: annuncia che rimetterà in fila le prove dell’altra storia, quella esplicita: articoli, discorsi, reti, fino alle carte private (lettere, richieste, interventi) che legano Viani al fascismo senza più alibi. Qui sta il senso dell’operazione: togliere l’idea dell’isolamento e riportare il personaggio dentro il suo tempo, con le parole che ha scritto e con i canali che ha usato.

Stare dentro il conflitto,
cercare appartenenza,
sentire la politica
come strada e rischio.

Il primo movimento è originario e territoriale: Viani apuano, la Versilia come matrice, il «popolo minuto» come scena primaria. L’asse di «schiatta» e «suolo» è un lessico di appartenenza che tiene insieme corpo, paesaggio, conflitto. Da lì la politicizzazione viene letta come qualcosa che precede le parole d’ordine: viene il gesto del militante, la dottrina arriva come forma successiva, come lingua che organizza ciò che era già in atto. Stare dentro il conflitto, cercare appartenenza, sentire la politica come strada e rischio.

Dal Politeama di Viareggio — comizi, contestazioni, arresti, la formula «cento contro uno», e quel ritocco del 1975 già messo a fuoco — l’autore stringe la traiettoria: anarchismo e sindacalismo come militanza di piazza, interventismo come salto di intensità, guerra come acceleratore. Nella frase «mi gettai a capofitto» si condensa una postura: la politica come immersione fisica, come scelta di campo senza estetica del dubbio. L’innesto concettuale (Stirner, Nietzsche, un «sovrumanismo anarco-stirneriano» che spinge l’ego verso la prova) serve a dare lingua a questo passaggio: l’energia dell’individuo cerca una forma collettiva, e la forma collettiva disponibile in quel tornante storico è la comunità combattente.

Qui, però, il libro è anche più cronologico di quanto sembri a prima lettura: prova a segnare le fasi del salto. L’anarchia viene trattata come ambiente e temperamento, e il distacco dalla militanza è collocato già nel 1912, quando Viani abbandona l’organizzazione anarchica e scivola verso un sindacalismo rivoluzionario che, in Versilia, tiene ancora dentro molte energie libertarie. Il tornante successivo è l’interventismo del 1914–1915, con la guerra letta come prova e come promessa di rivolgimento sociale; da lì il passaggio al fascismo viene fissato nella fase di movimento: il libro colloca Viani militante almeno dal 1921 (collaborazioni e prossimità di ambienti), e considera il salto compiuto sul finire del 1922, quando la scelta diventa appartenenza piena. È un filo che punta meno sulla conversione ideologica e più su una continuità di azione, di disciplina del conflitto, di ricerca di forma politica per un’energia già in moto.

L’innesto concettuale: Stirner, Nietzsche,
un «sovrumanismo anarco-stirneriano»
che spinge l’ego verso la prova

D’Annunzio e Fiume diventano il teatro di una rivolta che pretende stile e comando; l’incontro precoce, la frequentazione, fino alla collaborazione del 1922 con Vogliamo vivere. Entrano Strapaese, il regionalismo militante, la tentazione di una modernità fatta di radici e disciplina. Qui il libro usa questo passaggio per dire una cosa semplice: l’energia «di strada» cerca una regia e una forma alta, e nel primo fascismo la trova come movimento prima che come Stato.

Il libro allinea prove pubbliche e private sulla collocazione politica di Viani dentro il fascismo e la tenuta (o meno) della leggenda dell’isolamento. Sul versante pubblico: l’articolo del 1926 sul Popolo Toscano, la celebrazione della Marcia su Roma, il lessico del «miracolo del Duce», le «pietre angolari» del fascismo come forza e diritto, fino all’autodefinizione «proletario e fascista». Sul versante delle reti il libro non sta dicendo «Viani era amico di tutti»: sta fissando una coordinata concreta. Se nello stesso tratto di pagina compaiono Papini, Marinetti, Soffici, Carrà, Ungaretti e, sul piano politico, Balbo, il significato è semplice: Viani viene collocato dentro un circuito di giornalirivisteredazioni e contatti in cui cultura e potere si toccano, si riconoscono, si usano. Questa è la confutazione dell’isolamento: un isolato può essere scomodo, può essere ruvido, può essere marginale a parole; difficilmente risulta registrato con questa insistenza nei nodi che contano.

E poi c’è la materia privata, che fa più male perché è più concreta: lettere, richieste di aiuto, interventi prefettizi, il telegramma del Duce che blocca il pignoramento. Dentro ci sta anche la scena raccontata da Santini: Viani che vuole ascoltare Mussolini alla radio, si eccita, ha un attacco d’asma, urla «Non muoio!». Il libro la usa come sintomo di devozione politica, quasi liturgica. Il fascismo, dunque, non resta un’idea o un clima culturale, diventa un rapporto pratico, un canale che passa dall’entusiasmo alla burocrazia, dalla fede al bisogno.

Il fascismo viene letto
come macchina estetica
della rivolta

Il capitolo sullo «squadrismo letterario» prova a fare l’operazione più rischiosa: trasformare la politica in lingua. Gergo marinaresco e carcerario, gusto del fuorilegge, disprezzo per la compostezza, attrazione per la tribù. Il fascismo viene letto anche come macchina estetica della rivolta, un cifrario che promette appartenenza e forza. È la stessa logica che riappare, fuori da Viani, quando un’energia libertaria viene riassorbita come stile di movimento.

Qui torna utile guardare Viani artista senza farne un referto politico. Nei quadri e nella scrittura resta un mondo di corpi e di miseria che non chiede permesso alle etichette: facce scavate, baracche, sale, febbri, gente di porto, un impasto che tiene insieme durezza e pietà. Questa materia può attraversare una collocazione politica e insieme eccederla: è il punto in cui la lente illumina e, nello stesso gesto, lascia una penombra inevitabile.

La categoria di «anarco-fascismo» prende spessore quando esce da Viani e si vede come una famiglia di posture, più che come un marchio. L’episodio di Berto Ricci nel 1932 vale da cartina: domanda la tessera del PNF, ricordando di essere stato «di idee contrarie»; il federale Pavolini respinge («ha dimostrato idee anarchiche»), poi la pratica arriva a Roma e Marpicati approva lasciando in calce quella frase che suona insieme burocratica e rivelatrice: «E noi fascisti non si era forse anarchici?». Da lì l’articolo allarga il campo con nomi che fanno sistema: Leandro Arpinati, anarchico d’origine e poi gerarca; Giovanni Papini, che si definisce anarchico e attraversa la sua conversione personale; Marcello Gallian, col «fiocco nero» ancora addosso, presente a Piazza San Sepolcro, legionario a Fiume, marciatore su Roma, sovversivo irriducibile, che a chi gli parla di conversione risponde di aver creato «un Cristo per me» e «un Mussolini per me», quasi fosse un laboratorio interiore di Unico stirneriano applicato alla politica. Questa costellazione rende la materia del libro viva: mostra una continuità di azione, di responsabilità personale e di rifiuto del «centro» come accomodamento; dentro, però, resta anche una zona di penombra utile, quella in cui l’etichetta va tenuta a misura per non farle mangiare le differenze che pretende di illuminare.

Viani esce dal recinto comodo della figura «ambigua» addomesticata e rientra nel Novecento come corpo che ha scelto, ha scritto, ha chiesto, ha ricevuto. La memoria, qui, non è conforto: è campo di forze. Resta un attrito che chiede lettura. E lascia aperto il conto.

— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮

SCHEDA LIBRO
Titolo:
 Lorenzo Viani e l’Anarco-Fascismo
Sottotitolo: Cronache rivoluzionarie di una cultura totale
Autore: Luca Leonello Rimbotti
Progetto grafico: Guido Cabrele
Editore: Passaggio al Bosco
Collana: Bastian Contrari
Anno: 2025
Pag: 346
ISBN: 979-12-5462-072-4
Prezzo: € 22,80
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